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Tabù femminili

Fotografia di Ando Gilardi #andogilardi

Uno dei più radicati tabù umani è quello che riguarda il ciclo femminile. Retaggi di una mentalità magica ancora si insinuano nelle conversazioni da bar e, probabilmente, concorrono a determinare gli stipendi femminili notoriamente (e inspiegabilmente) più bassi di quelli maschili perché – fate due paroline informali qui e là e ve ne assicurerete di persona – è diffusa la convinzione che le donne “rendono meno” sul lavoro perché per una settimana al mese hanno il ciclo e che questo mestruo (lo vediamo anche nelle pubblicità) le trasformi in esseri malvagi e pericolosi.
Non starò qui ad argomentare portando i dati di un rendimento lavorativo analogo a quello maschile, e neppure approfondirò la discussione sugli indubbi disturbi fisici che bloccano però solo una piccola percentuale di donne in età fertile, ma voglio mostrarvi le radici di queste convinzioni.
Alcune di noi forse ancora sentono raccomandare da qualche persona anziana di non toccare le piante mentre si ha il ciclo mestruale. Il rischio sarebbe quello di “bruciarle”.
Io ricordo anche racconti di vita agricola, non più vecchi di 40 anni fa, in cui magicamente i trattori non partivano o si spegnevano se ci saliva una donna mestruata.
Nel suo celebre saggio antropologico James Frazer dedicò un intero capitolo ai tabù relativi alla pubertà e al ciclo femminile, raccontando come alla prima mestruazione le popolazioni “selvagge” prevedessero una clausura, spesso anche di vari anni, delle adolescenti le quali venivano segregate in luoghi più o meno angusti, al riparo dalla luce del sole e sovente anche sollevate da terra. Frazer vede l’eco occidentale di queste usanze nel mito di Danae, segregata dal padre in una torre di bronzo o in una caverna, ma fecondata da Zeus sottoforma di pioggia dorata, simbolo della luce solare.
Le precauzioni erano volte a far sì che in questo stato di “impurità”, innanzitutto la ragazza non contaminasse la tribù con un contatto diretto, ma anche che non trasmettesse attraverso i suoi passi questa impurità al villaggio, al raccolto o al suolo stesso. Per questo motivo per tutto il periodo di reclusione le era vietato stare a piedi nudi o camminare sulla nuda terra, quindi il luogo in cui viveva era ricoperto di stuoie o tappeti, ma alcune (ad esempio in Guyana) venivano addirittura racchiuse in amache appese al tetto, come fossero in un bozzolo.
Il Sole e il Cielo, considerati divinità, non dovevano essere guardati dagli occhi impuri delle fanciulle e mai entrare in contatto con esse, perché, nella credenza magica, il Sole avrebbe rischiato di carbonizzarle, mentre la loro forza magica negativa legata al sangue mestruale, si sarebbe diffusa nell’aria contaminando lo stesso dio. Ovviamente a queste segregazioni corrispondevano anche tabù alimentari e il divieto di toccare piante e animali: anche solo entrare in un fiume per un bagno avrebbe potuto provocare la morte di tutti i pesci.
Spesso la potenza magica, il più delle volte distruttiva, che la mentalità primitiva attribuiva al mestruo, imponeva di coprire le ragazze puberi con un cappello o un cappuccio che ne celasse lo sguardo; inoltre le stesse fanciulle avevano sovente il divieto di toccarsi o grattarsi la testa o il volto con le mani, per il rischio di restare segnate eternamente da cicatrici.
Una restrizione particolare era quella che riguardava il contatto con gli uomini e con i loro oggetti, che non dovevano essere toccati mai dalle donne mestruate; i maschi erano destinati ad una serie di sciagure infinita qualora si fossero avvicinati anche solo agli alloggi delle ragazze “entrate nell’ombra” (come si diceva in Cambogia): dalla perdita di forze, alla sfortuna nella caccia, dall’incanutimento, al deperimento e persino alla morte.
Solo una donna anziana, una madre, una zia, una nonna potevano portare cibo alle adolescenti in reclusione e sempre le anziane custodi erano quelle che procedevano al rito di purificazione alla fine del periodo stabilito per l’isolamento. Purtroppo questa liberazione, non di rado coincideva con il matrimonio della ragazza.
Le testimonianze riportate da Frazer si riferiscono per lo più a tribù che a fine Ottocento abitavano l’Asia, l’Africa, l’America Latina e l’Australia e raccontano le tradizioni dei nativi nordamericani e canadesi, ma il saggio ci dona un formidabile elenco di stravaganti prescrizioni in vigore anche nell’Europa dell’epoca, risalenti ai tempi di Plinio il Vecchio, che vale la pena di leggere:
Secondo Plinio, il contatto di una donna mestruata trasforma il vino in aceto, fa venire la golpe [malattia del grano detta anche carie o carbone] ai raccolti, uccide le sementi, devasta i giardini, fa cadere i frutti dagli alberi, rende opachi gli specchi, smussa i rasoi, fa arrugginire il ferro e il rame, specialmente al calar della luna, fa morire le api, o almeno le caccia via dai loro alveari, fa abortire le cavalle e così via. Similmente in varie parti d’Europa si crede ancora che se una donna mestruata entri in una birreria, la birra diventa acida; se tocca della birra, del vino, dell’aceto o del latte li fa andare a male: se fa della marmellata non si conserva; se monta una cavalla la fa abortire; se tocca dei boccioli, li fa appassire; se monta sopra un ciliegio lo fa seccare”.
Ed ecco apparire le raccomandazioni delle nonne, che ancora aleggiavano in alcune delle nostre case fino a pochi decenni fa.

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