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Sepolture e passaggi nell’aldilà

Sembra una triste coincidenza che feroci polemiche sul tema della “sepoltura” esplodano proprio a pochi giorni dalla ricorrenza del 2 novembre.  Polemiche degne e indegne, tuttavia capaci di scaldare il nostro animo positivista, cinico e tendenzialmente ateo, fino a farci sembrare capaci di credere ancora in qualcosa .
Tutti i popoli, in ogni epoca, hanno sviluppato rituali per esorcizzare la morte e tecniche per affrontare il lutto e per  conservare o distruggere le spoglie dei loro familiari, nella convinzione che lo spirito del defunto aleggiasse nei pressi dei resti mortali o che migrasse altrove.
Nell’uomo le manifestazioni del lutto, come strumento di contenimento del dolore e di controllo dell’angoscia, risalgono all’epoca primitiva, infatti sappiamo che già l’uomo di Neanderthal inumava e seppelliva i propri morti.
Tuttavia la morte per noi, non è accettabile come un fatto naturale.
La mente umana ha bisogno di una speciale “creazione” mitica che elabori questo evento traumatico, raccontando come sia apparso, da un certo momento della storia in poi, a gravare un’umanità  di per sé destinata ad una vita eterna.  La morte, nelle varie mitologie e religioni, appare infatti sempre  come conseguenza di una colpa, una punizione che ci siamo tirati addosso.
La complessità del nostro atteggiamento di fronte alla morte, la sofferenza e il senso di privazione conseguenti ad un lutto necessitano così di rituali che alludano alla vita passata e ad una possibilità di eternità in una diversa dimensione.
Le antiche sepolture infatti sono tutte accomunate dalla presenza di oggetti di uso quotidiano accanto al defunto e, spesso, da offerte, “monete” e oboli per pagare il passaggio nell’Aldilà. La cultura egizia a questo proposito è esemplare.
Questo mondo dei Morti  però, nel pensiero antico, è un vero luogo, al quale anche il vivente può (in condizioni particolari) accedere, basti pensare all’Ade omerico e all’idea dantesca del viaggio nella Divina Commedia.

Anche quando, nel corso di Medioevo e Rinascimento, la peste, la fame e le guerre ci costrinsero ad accettare la Morte come una compagna quotidiana, i riti delle esequie, i lamenti, l’ultimo saluto al cadavere, le veglie funebri, i funerali, il cordoglio, l’abbigliamento da lutto e i “tabù” conseguenti, come quelli che impedivano matrimoni e feste per diversi anni dopo la morte di un familiare, continuarono a circoscrivere l’evento luttuoso in una zona di sicurezza.

Tuttavia in epoca medievale soprattutto nelle zone rurali, i rituali della morte portavano impresso il segno di un forte paganesimo. Si credeva ad esempio che la morte prematura portasse l’anima “in pena” a vagare tra i vivi.
La Chiesa  cattolica, per cristianizzare il fenomeno creò ad hoc un luogo intermedio tra Inferno e Paradiso, inventandosi il Purgatorio, dove le anime attendevano di ottenere la salvezza attraverso le preghiere (o costose messe di suffragio) dei propri cari.
Altri riti pagani legati al culto dei morti, come ad esempio quello sopravvissuto in ambito anglosassone, di tenere un banchetto in onore del defunto, oppure quello di danzare intorno al cadavere, furono a lungo perseguiti dalla Chiesa cattolica, ma estirparli sarebbe stato impossibile così intorno al 1000 (il rito viene fatto risalire all’abate benedettino sant’Odilone di Cluny nel 998), venne istituita una giornata della liturgia cristiana interamente dedicata ai defunti: il 2 novembre.
Offerte, dolci, visite alle tombe, travestimenti, danze e luci notturne che sotto nuove vesti, parlano ancora di antichi rituali, aprono una volta all’anno il magico passaggio nel mondo dei morti per concederci, almeno per una notte, di credere che potremo riabbracciarli ancora, mangiando, bevendo e ballando insieme, senza paura e senza dolore, com’era un tempo.

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