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Sacrificio

Scena di sacrificio animale su un altare. Pittura vascolare, VI a.C. elaborazione ©Fototeca Gilardi

Il sacrificio ha ancora un senso per noi?
Avvicinandoci alla Pasqua e ai suoi principali simboli, viene da chiedersi se oggi abbia ancora senso celebrare il più alto, e apparentemente inutile sacrificio che la storia ricordi.

Senza scendere in lunghe (e, per chi scrive, inaffrontabili) discussioni teologiche, resta la sensazione che nella nostra società, il sacrificio sia bandito con orrore.

O meglio, che sia rimasto triste e illusorio appannaggio delle classi più povere.
Un bastone che viene picchiato sulla schiena dell’asino, con la promessa di una carota che si allontana sempre di più.

Pensate per esempio a uno Stato che, invece di creare “pari opportunità” in una società sempre più iniqua, racconta la favoletta del sacrificio introducendo il concetto di “merito” nella scuola.
Solo in quella pubblica, naturalmente perché se sei ricco, il merito scolastico te lo puoi comprare altrove.
Ebbene, a chi chiede sacrifici questo Stato? Solo alle classi meno abbienti.

Ma probabilmente è così da molto tempo.

Eppure nell’etimologia di “sacrificio” c’è un altissimo concetto che dovrebbe far tremare chi pensa di poterlo bandire dalla propria vita. Di poter conquistare ricchezza, stima, valore, senza tener conto degli “dei”.

Sì perché, come ogni concetto archetipico, anche il “sacrificio” stende le sue radici non solo nella nostra anima, ma anche nei fondamenti della società umana.

“Sacrificio” deriva dai termini latini “sacrum” e “facere”, e significa “rendere sacro”. I sacrifici antichi, cioè i doni materiali e immateriali dedicati alle divinità, avevano lo scopo di dare un valore a una rinuncia presente, per un maggiore vantaggio futuro.
Presupponevano l’esistenza di principi più alti di un appagamento immediato.
Individuale o collettivo che fosse.

E proprio questo stava a rappresentare il “sacro”. Uno scopo più alto, più ampio, più generale o più condiviso.

Fino a che abbiamo creduto in qualcosa di sacro, questo tipo di rinuncia ha avuto spazio nelle nostre esistenze. Ma oggi che l’unica divinità ammessa sembra essere la ricchezza, che senso sta acquisendo il concetto di sacrificio?

A cosa rinunciamo per denaro? … alla dignità, all’integrità, alla solidarietà?

Cosa sacrifichiamo al benessere e alla sicurezza? … la famiglia, il tempo libero, la cultura, l’amicizia?
Non solo. A volte anche il senso di umanità e la vita altrui (se è abbastanza fuori dalla nostra visuale).

Ma il fatto che stiamo sacrificando a una sola divinità è un grosso problema.
Gli antichi ci avvertirebbero della vendetta imminente degli altri “dei” dimenticati e trascurati.

La Dea della giustizia in particolare, la immaginerei piuttosto infuriata e offesa.
Per non parlare della Dea dell’amore o della Signora della Terra.
Persino quel simpaticone del Dio Mercurio potrebbe avere da dire più del solito.

Ma anche tornando nell’alveo del monoteismo, resta ancora da capire quel visionario pazzo che si è fatto uccidere “prendendo su di sé i peccati del mondo”…
Perché lo ha fatto?
A cosa è servito?
Che messaggio incomprensibile è stato il suo? Chi lo ha colto?
E soprattutto … a che tipo di divinità ha offerto la sua vita?

Quando i messaggi si allontanano troppo dal nostro orizzonte culturale, facciamo fatica a capirli davvero.

Tuttavia una cosa è certa: sacrificare e sacrificarsi fa diventare “sacro” ciò a cui rinunciamo.
Ed è inevitabile rinunciare a qualcosa di importante prima o poi, nella vita.
Vuol dire scegliere. E questa è la prerogativa di un’umanità adulta.

Quindi dobbiamo scegliere con molta attenzione cosa vogliamo rendere sacro, a chi lo stiamo offrendo e soprattutto, perché.

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