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Olives et Boulons

Vogliamo gli aumenti - operaie milanesi in sciopero, 1954

Dopo la Fondazione Benetton Studi e Ricerche di Treviso (2009) e la Fondazione Corrente di Milano (2011), per la mostra «Olive e Bulloni» è la volta dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi.  «Olives et Boulons» verrà inaugurata il 7 giugno 2012, con vernissage alle ore 18:30, organizzata da l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi in collaborazione con Fototeca Storica Nazionale Ando Gilardi, grazie alla mediazione e al contributo del curatore Fabrizio UrettiniAssociazione XYZ.
La mostra itinerante, in questa nuova edizione parigina, è stata arricchita di materiali che evidenziano il lavoro di archiviazione e conservazione delle immagini.
Come le precedenti edizioni, «Olives et Boulons» si compone di una serie di fotografie prese da Ando Gilardi a cavallo tra gli anni 50 e 60, di un certo numero di fotografie vintage, di pubblicazioni e documenti d’epoca, tra cui alcuni numeri del periodico “Lavoro”, la rivista della Cgil fondata nel 1948 da Giuseppe Di Vittorio, e diretta da Gianni Toti (1952-1958) di cui Gilardi è stato redattore, e una preziosa raccolta di “Vie Nuove” del 1948.
Questo nuovo allestimento è arricchito di schede con appunti manoscritti relativi all’uso editoriale delle immagini. Integra percorso espositivo il film-intervista «Piedi scalzi mani nere. Braccianti e operai degli anni ’50 nei reportage di Ando Gilardi» a cura di Giuliano Grasso.
In occasione del vernissage, l’Istituto Italiano di Cultura ospiterà un incontro che vedrà protagonisti Antonella Russo, storica della fotografia e Fabrizio Urettini, curatore della mostra, sul tema della fotografia di reportage in Italia e sulla Fototeca Storica Nazionale Ando Gilardi.

Istituto Italiano di Cultura de Paris
73, rue de Grenelle
75007 Paris
Aperto dal lunedì al venerdì
10-13 e 15-18
entrata gratuita

Ufficio stampa:
Istituto Italiano di Cultura de Paris
Irene Marta (+33) 01 44 39 49 26
irene.marta@esteri.it
Théa Romanello (+33) 01 44 39 49 38
thea.romanello@esteri.it

Dalla seconda edizione della mostra in poi il curatore ha ritenuto opportuno e doveroso introdurre l’esposizione con un testo scritto dallo stesso Gilardi che citiamo: « Tre amici Patrizia, Elena e Fabrizio hanno, senza dirmelo prima, deciso di fare una mostra con le fotografie che presi dal Nord al Sud dell’Italia dal 1950 al 1962 come fotografo scalzo, così mi dicevo rubando il nome ai medici scalzi cinesi di Mao. In Cina negli anni di allora furono insegnati rudimenti di medicina a molti contadini, per creare una presenza medica nell’intero paese, e ancora oggi gli scalzi sono gli unici medici nelle estreme zone rurali.     Ho avuto la fortuna immensa per un fotografo scalzo, di essere stato il fotografo se non ufficiale ufficioso della CGIL negli anni 50, e di avere raccolto per il suo settimanale a rotocalco Lavoro — oggi più interessante per l’antropologia che per altro — gli ultimi documenti fotografici sulla fine, diciamo pure sulla estinzione, delle tre grandi classi del proletariato italiano. » …continua… « Ma il bello è questo che segue: il tempo i fatti e i milioni di mutilati del proprio lavoro di quel periodo, furono e sono poi ricordati dalla stampa, dalla televisione e in tutta l’informazione “sociale” come il “miracolo economico italiano”! Il quale è una immensa fossa comune dove sono sepolti e dimenticati i nomi e le storie di quelle che i testi ufficiali chiamano “unità produttive”: nelle mille istantanee del fotografo scalzo si salvarono le loro facce.     Ecco perché come ho detto non avrei approvato la mostra: per lasciare riposare in pace quei miei compagni e compagne che ho inquadrato, con i loro cartelli le loro bandiere, dentro alle fabbriche spente in attesa del nulla, o seduti attorno a chi leggeva il giornale (il solo che parlasse di loro) a quelli che non sapevano leggere. Io non volevo tornare a vedere le immagini dei loro bambini, “scalzi” come il fotografo che li inquadrava, che ridevano allegri e che meritavano un futuro tanto ma tanto migliore. Questa allegria dei bambini di allora è stata davvero il grande miracolo degli anni lontani.»… per concludere: « Mi dicono che a guardare le istantanee ci va della gente, la quale oggi vive e forse senza saperlo un altro “miracolo all’italiana” appena al principio. Perché viene aperta, e mica riesco a non dirlo, un’altra fossa comune: la cosa che più mi fa ridere è che ce lo dicono proprio quelli che l’hanno scavata. E per la tradizione del nostro mestiere speriamo che ancora si trovi a raccontarlo un fotografo scalzo, ma con buone gambe, un nuovo collega Aasverus con tanto di digitale.»

Insostituibile Ando: ci manchi!

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