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Muscoli sacri

culturisti del XIX secolo, eleborazione ©Fototeca Gilardi

Il 6 aprile di ogni anno le Nazioni Unite celebrano la giornata mondiale dell’attività fisica, evento che divide in mondo in due categorie di persone: quelle sportive (che venerano lo sport e considerano dei mentecatti coloro che non si tengono in forma) e quelle come me (che venerano il divano e guardano con passiva invidia gli sportivi).

Probabilmente in epoca preistorica i miei antenati erano placidamente posati su un ramo con gli arti penzoloni, mentre il nonno Neanderthal degli amici ipertonici si lanciava da un albero all’altro sviluppando quel senso della sfida che, nel mio filone evolutivo, si dev’essere presto estinto.
Certo è, che l’aspetto ludico e rituale delle attività fisiche si è manifestato molto presto nellastoria umana: già presso i Babilonesi, i Cretesi e gli Etruschi quelle azioni di sopravvivenza legate all’esercizio della caccia o della guerra, come la corsa e il tiro con l’arco, avevano preso una connotazione speciale e facevano parte dei giochi in onore delle divinità. Anche la carica dei sovrani nel mondo antico era spesso legata a gare sportive cruente, in cui il re-sacerdote in carica doveva affrontare periodicamente (e possibilmente vincere) uno o più sfidanti, in cimenti di vario genere, in cui molto spesso perdeva la vita.

Si sa che gli Ebrei erano esperti nel tiro con la fionda, nel tiro con l’arco e nel sollevamento pesi; gli Egizi organizzavano “giochi” in cui apparivano gare con palla, oltre alla lotta, al nuoto, al pugilato e all’atletica, e si trattava di competizioni vere e proprie, svolte in presenza di arbitri e con squadre munite di “uniformi” di diverso colore. A Creta era praticata una pericolosa e famosissima gara di “salto” sul toro, una vera esibizione acrobatica che coinvolgeva uomini e donne, mentre nell’Antica Grecia innumerevoli erano gli sport organizzati per la comunità: oltre alla corsa, al nuoto e agli altri sport già conosciuti dagli Egizi, i Greci si cimentavano nel salto in lungo, nel tiro del giavellotto, nel lancio del disco, nella corsa dei carri, nel pentathlon. Noi li conosciamo infatti come gli “inventori” delle Olimpiadi, evento sportivo che la leggenda vuole creato da Eracle per ringraziare Zeus della positiva conclusione della sua settima fatica.
In area romana la celebrazione dell’atleta come “il migliore di tutti” si sposta dall’ambito religioso a quello puramente spettacolare delle arene, in cui la sfida non è più solo tra nobili pari (come nei primi tempi della storia romana e come sarà poi nei tornei medievali), ma coinvolgerà migliaia di schiavi, e prigionieri di guerra nelle cruente battaglie tra gladiatori.
Le regole e la sportività per come le conosciamo oggi nascono però in ambito medievale, con il concetto di “cavalleria”, cioè con l’esercizio leale della forza contro un avversario alla propria altezza, in base a tacite regole condivise e riconosciute. Nel corso dei secoli l’agonismo ha quasi ucciso la cavalleria e la lealtà, ma nei nostri cuori è rimasta la passione per lo sfidante leale dal cuore puro, oltre che dai muscoli possenti. Come gli antichi Greci, ci aspettiamo che il vero campione sia “il migliore degli uomini” (o la migliore delle donne) e ci aspettiamo anche che, colui che si trova a perdere, sia capace di fair play e di autocontrollo. Quando succede, recuperiamo finalmente la “sacralità” insita nell’attività fisica, nata come celebrazione di doti più che umane, ma riflesso della forza divina.

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