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Mettersi nelle mani di qualcuno

bambine all'ingresso della scuola, fotografia di Ando Gilardi, Lucania 1957 dettaglio -elaborazione ©Fototeca Gilardi

Il modo di dire “mettersi nelle mani di qualcuno” deriva da una particolare fase del giuramento di fedeltà che i vassalli facevano al sovrano durante l’epoca carolingia: la “immixtio manuum” (immissione delle mani) prevedeva infatti che il nobile mettesse le sue mani in quelle del feudatario stringendo un patto sacro e indissolubile che poneva il vassallo al servizio del signore e poneva il signore a protezione del vassallo.
Durante questo atto di “omaggio” il nobile faceva una genuflessione davanti al sovrano o al feudatario per sancire ufficialmente il giuramento di combattere per il proprio signore; il giuramento pronunciato con una mano sul Vangelo o su una reliquia sacra veniva suggellato con un bacio sulla bocca, in questo modo il vassallo era dichiarato “uomo di bocca e di mani” cioè legato al feudatario da una fedeltà di azioni e di parola.
L’atto della immissione delle mani entrò rapidamente nell’immaginario popolare tanto da contaminare la gestualità religiosa, è per questo che ancora oggi, anziché pregare con le mani al cielo preghiamo inginocchiati a mani giunte: il gesto è quello di affidarsi a un Dio  seduto sul trono come un re, mettendosi totalmente nelle sue mani.

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