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Le leggi suntuarie

Consuetudine nel disapplicare le leggi suntuarie ©Fototeca Gilardi

Gli antichi romani indicavano con “leges sumptuariae” quelle leggi che avevano lo scopo di limitare l’eccesso di spesa privata dei più abbienti.

Si trattava di un intervento statale piuttosto invasivo, ma altrettanto facile da eludere.
E, a differenza di quanto si crede comunemente, non riguardava soltanto l’ostentazione di gioielli e abiti di lusso.

Le leggi suntuarie si proponevano infatti di regolare diversi aspetti della vita, come l’alimentazione, l’importazione di beni voluttuari dall’Oriente, l’organizzazione dei banchetti.
Miravano a colpire le spese eccessive per i funerali, per le scommesse e i giochi d’azzardo, per i regali, i mezzi di trasporto e l’uso dei patrimoni privati.

Queste norme, concentrate negli ultimi due secoli della Repubblica – quando il territorio conquistato era ormai vasto e consolidato – rispondevano a profondi cambiamenti sociali.

Roma all’apice della sua potenza, via via che le ricchezze dell’impero si riversavano in patria, vedeva cambiare le abitudini e i gusti dei suoi cittadini.

Il Romano, abituato a una vita frugale, a poche suppellettili, a case modeste veniva travolto dal benessere derivante dalle conquiste militari. E con il benessere si insinuava in un popolo guerriero, il pensiero che una vita di agi fosse ormai preferibile a una di sangue e violenza. O semplicemente, fosse preferibile a una vita frugale.

Ma, che scopo avevano le leggi suntuarie?

Perché gli antichi ritenevano socialmente pericolosa l’ostentazione del lusso e lo spreco?

Innanzitutto erano ben consapevoli che l’eccesso di piaceri e l’ozio avevano portato alla decadenza le élite dei popoli conquistati. Ritenevano quindi necessario salvaguardare l’antica austerità delle classi dirigenti, per mantenere saldo il controllo e non sedersi sugli allori.

Ma c’era anche un’altra ragione per invitare i cittadini abbienti a una maggiore frugalità. Era quella di rendere meno palese il dislivello tra l’élite privilegiata e il resto della popolazione, così da evitare sollevazioni popolari e conflitti sociali.

Le figure preposte al controllo delle mores maiorum, cioè dei buoni costumi e delle sobrie abitudini degli antenati, erano i censori. Figure politico-amministrative inizialmente addette ai censimenti della popolazione e delle ricchezze, diventano fustigatori del lusso quando la mentalità romana ha ormai acquisito il gusto per l’eccesso.

Le leggi suntuarie

Le prime tracce di norme sulla limitazione della ricchezza privata si trovano nelle XII Tavole, nella sezione relativa al lusso funerario, poiché di fronte alla morte ogni differenza scompare. Ed era opportuno che ciò si riflettesse anche nel mondo dei vivi.

Una nota legge suntuaria voluta da Augusto fu la Lex Iulia de vestitu et habitu (18 – 22 a.C.) con la quale l’imperatore limitava l’uso della seta alle matrone romane e stabiliva un tetto massimo delle spese per i banchetti. Augusto aveva fissato una cifra massima di 200 sesterzi nei giorni feriali e 300 nei festivi; e un tetto di 1000 per i banchetti di nozze.
La questione dei banchetti aveva occupato le menti dei censori a lungo, anche in precedenza.

La Legge Orchia del 180 a.C. era stata la prima a porre un limite al numero dei convitati a tavola. Spesso disattesa, era sovente oggetto delle ire di Catone il vecchio.

Successivamente anche la legge Fannia (161 a.C.) e la Legge Didia (143 a.C.) erano intervenute a limitare le spese per i convivi privati. Ovviamente senza esito.

Con la legge Licinia (97 a.C.) si era pensato di aggirare il problema limitando le spese per il consumo di carne, lasciando libere quelle per i vegetali. Era stato un parziale successo finché Silla non aveva emanato la legge Cornelia (81 a.C.) che, con una manovra di contenimento dei prezzi, aveva reso accessibili a tutti grandi quantità di prodotti gastronomici di lusso, carne compresa.

Con la legge Anzia del 68 a.C. si era allora vietato ai magistrati in carica di accettare inviti a cena, se non in casi eccezionali. Inutile aggiungere che, anche in questo caso, la legge fu disattesa allegramente.

D’altronde è noto che le leggi scritte, non fondate su un sentire comune, non possono funzionare.
E ciò è ancor più vero quando l’ostentazione diventa il valore primario dei vertici di una società, come accadde nella Roma imperiale.

Basti pensare a Nerone, monarca assoluto e massimo esempio di grandiosità. Eccessivo nei lussi e nei piaceri, come quasi tutti gli imperatori successivi, sdoganò definitivamente lo sperpero elevandolo a stile di vita. E come si sa, i valori dei vertici, si riflettono sulla base.

Nella Roma imperiale la mentalità cambiò, nessuno più stigmatizzò la ricchezza. Nessuno ritenne che l’antica frugalità potesse avere ancora un valore, anzi! Il parsimonioso fu chiamato avaro e lo spreco di denaro diventò un trampolino per l’ascesa politica e personale. Anche a costo di indebitarsi o commettere illeciti.

Tuttavia le risorse, se non le gestisci razionalmente, prima o poi iniziano a scarseggiare.

I simboli della ricchezza, sempre più ostentati, pian piano diventarono così patrimonio esclusivo delle élite e, infine, del solo imperatore. L’uso della porpora e di ornamenti d’oro da parte dei comuni cittadini, si trasformò in reato di lesa maestà.

E mentre la piramide sociale si schiacciava sempre più, la classe media lentamente scomparve e l’anestesia cristiana, mitigando il dolore dei miserabili, li rese inoffensivi.

Quel che accadde poi, è storia nota.

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