Vai al contenuto
Home » Blog » La fabbrica delle mogli

La fabbrica delle mogli

17_15_22_marzo_17_BLG

Nuova toppata del servizio pubblico: alla voce stereotipi.
Secondo alcuni autori RAI (ex autori, ormai) ecco quale sarebbe la percezione popolare maschile sulle donne “slave”che (si insinua) verrebbero preferite alle italiane per i seguenti motivi:
1 – Sono tutte mamme, ma dopo aver partorito recuperano un fisico marmoreo
2 – Sono sempre sexy. Niente tute ne’ pigiamoni
3 – Perdonano il tradimento
4 – Sono disposte a far comandare il loro uomo
5 – Sono casalinghe perfette e fin da piccole imparano i lavori di casa
6 – Non frignano, non si appiccicano e non mettono il broncio

Come già successo per altre bieche uscite, purtroppo sempre più frequenti e spudorate, anche in questo caso l’indignazione popolare ha dato la misura di quanto una certa mentalità non sia poi così radicata o pronamente accettata. E a dirla tutta, queste “verità” altro non sarebbero che un sunto tratto da una pagina web satirica che spaccia notizie assurde per vere.
Ma nelle discussioni fra amiche, in verità un brividino è serpeggiato. In molte abbiamo ripensato ad un celebre film, tratto da un romanzo del 1972 di Ira Levin (l’autore di “Rosmary’s Baby”) intitolato “La Fabbrica delle mogli”, in cui nella pulita e impeccabile provincia americana anni Cinquanta, un “comitato” di mariti pian piano sostituisce le proprie mogli, imperfette, pensanti e piene di aspirazioni extra familiari, con identiche bambole viventi, bellissime, sempre ben vestite, accondiscendenti e gentili, perfette cuoche … insomma, capaci di corrispondere a quell’immaginario sviluppato in 6 punti, di cui sopra.
Ora, da donna, potrei indignarmi, potrei ribellarmi, potrei confutare, invece voglio solo sottolineare che quello che nel racconto di Levin è un drastico intervento sulla mente e il corpo delle “mogli”, nella nostra società si attua in modo molto meno improvviso, senza che nessuno se ne renda conto, con ottusa collaborazione di noi donne.
Quando negli anni Sessanta i giovani insorsero di fronte a questa immagine stereotipata che da secoli accompagnava le aspettative verso le “mogli” e le donne in generale, il mondo tremò, ma nel giro di pochissimo tempo la paura che le “slave”(l’etimologia ci rivela che la parola stessa è evocativa, perché significa “schiave”) si liberassero davvero, ha portato ad una retromarcia che ci sta proiettando nel Medioevo.
Non possiamo negare d’altronde che esista anche l’altra faccia della medaglia, cioè che troppe donne, in tutto il mondo, vengono ancora educate come se l’unico modo per vivere libere dal bisogno materiale, consista nel sedurre un uomo/marito da “parassitare” e questo è ancora più triste, ma certo non è appannaggio di una sola nazionalità. È il semplice risultato di una crisi economica che cerca di estromettere gli elementi più deboli dal mercato del lavoro e di una cultura globale che considera la libertà, soprattutto femminile, un inutile orpello.
© riproduzione riservata

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.