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La colazione dei frati made in Italy

Fra pochi giorni riaprirà la scuola e in tutte le famiglie ricomincerà la lotta mattutina per svegliare i ragazzi in tempo utile per fare una buona prima colazione, prima di una lunga giornata di studio.
Questo pasto, che tradizionalmente interrompe il digiuno notturno, come dicono chiaramente i termini inglese e francese, breakfast e petit dejeuner (che significano appunto “fine del digiuno”) è fin dagli albori della civiltà uno dei momenti che scandiscono la giornata dell’uomo.
Costituita anticamente da cereali macinati, focacce, vino, frutta ed erbe, latte, pane, formaggio, o anche dagli avanzi della cena, la colazione per i nostri antenati costituiva un pasto frugale fatto all’alba, prima di iniziare il lavoro nei campi.
Ebbe un periodo di bassa popolarità in epoca medievale, bollata dai dottori della chiesa come un gravissimo peccato di gola, ma tornò in auge durante il Rinascimento, almeno presso i nobili.
Il re di Francia Francesco I, nel XV secolo, impose addirittura alla sua corte, che veniva svegliata alle 5, una sostanziosa colazione alle 9. Per la cena infatti, secondo ed ultimo pasto della giornata, si aspettava fino alle 17, per poi coricarsi alle 21.
È curioso però notare che, nonostante l’ostilità dei sobri religiosi medievali, il termine italiano colazione, nacque proprio nei primi monasteri cristiani in cui, con la parola latina collatiònem (da collàtus, participio passato di confero, cioè “contribuire”), si indicava il pasto serale comune, durante il quale ogni monaco portava qualcosa e lo metteva in comune con gli altri.
L’influenza dei monaci tuttavia non si limita al nome del nostro primo pasto giornaliero, ma stende la sua ombra anche sui protagonisti della tipica colazione all’italiana: cappuccino e brioche. Un tale Fra’ Marco d’Aviano, nel 1683, trovandosi a Vienna per conto del papa per fermare l’avanzata turca, entrò in una delle prime caffetterie della città e, giudicando la nuova bevanda (il caffè) decisamente disgustosa, chiese del latte o più verosimilmente della panna, per ammorbidirne il sapore amaro. Inventò così senza volerlo, il cappuccino, battezzato con questo nome perché il colore richiamava la tinta dell’abito monacale.
Per festeggiare la vittoria sui turchi, i pasticcieri viennesi avevano creato in quel frangente un nuovo dolce fatto a mezzaluna, che alludeva all’odiato simbolo impresso sulla bandiera degli invasori, a questo punto era quasi impossibile che un fortuito “cappuccino” non incontrasse il primo cornetto della storia.
Fu così che nacque la nostra colazione preferita: poco sana, frutto del caso e di rivendicazioni politiche.
Ma non possiamo lamentarci visto che la regina Elisabetta d’Inghilterra, nello stesso periodo, faceva colazione con birra e dolci di avena!
In Europa si dovette aspettare ancora un secolo prima di vedere un pasto mattutino come lo conosciamo oggi, limitato tra l’altro alle sole dimore dei nobili e dei ricchi borghesi. Il rituale della colazione nel XVIII secolo divenne addirittura simbolo di uno status economico, come osserviamo in molti dipinti settecenteschi che ritraggono eleganti aristocratici a letto, che sorseggiano tazze di caffè, tè o cioccolata accompagnata da qualche biscotto, mentre conversano amabilmente con visitatori e amici.
Durante il secolo successivo la colazione prese l’aspetto di un momento familiare, intimo, e il soggetto del “dejeuner” diventò uno dei preferiti dai pittori e dai loro facoltosi committenti borghesi i quali, credendo di celebrare se stessi attraverso queste perfette scene familiari, inconsapevolmente celebravano l’inizio dell’era moderna, in cui le loro eleganti abitudini sarebbero diventate nel giro di poco tempo, patrimonio di tutti.

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