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Il mito del cowboy

Crotone: bambini mascherati da sceriffo, da bandito e da Vittorio Emanuele II. Fotografia di Ando Gilardi, 1956 circa elaborazione ©FototecaGilardi

Ci sono miti che sembrano resistere, altri che invece soccombono al passare del tempo.

Il mito del cowboy, forse perché “importato”, ha affascinato i bambini italiani per qualche decennio per poi dissolversi come se non fosse mai esistito.

Figura mitica della narrazione statunitense era tanto amato da comparire – fino alla soglia degli anni Ottanta – fra i travestimenti carnevaleschi preferiti dai bambini.

E non c’è nulla come un “travestimento” che può dare la misura di quali siano i protagonisti di un’epoca.
Tra decine di Zorro, di Pagliacci, Arlecchini e Damine settecentesche, il Cowboy spiccava – a volte confuso con lo Sceriffo o col Pistolero – accanto all’immancabile Indiano.

D’altronde ai tempi ci nutrivamo di film western e cartoon americani.
Non erano ancora arrivati i giapponesi a cambiare per sempre il nostro immaginario fantastico e l’epopea americana veniva narrata con accenti eroici.

Certo si tifava quasi sempre per gli Indiani perché anche prima dell’avvento del politicamente corretto si sapeva da che parte stare. Tuttavia avremmo imparato a rispettare i nativi americani chiamandoli col loro nome, solo molto più tardi.

Allora invece si era sbrigativi e come l’Indiano per noi era simbolo della purezza eroica, il Cowboy era il simbolo della libertà. E anche nel cowboy c’era una sorta di eroismo, perché nella nostra fantasia era sempre un solitario amico degli Indiani.

Il mandriano polveroso, a cavallo, resistente al caldo e al freddo, abile con lazo e pistole è arrivato fino a noi partendo da lontano.

Il termine cowboy pare fosse già usato in epoca medievale in Irlanda. Passò in territorio americano nel XVII secolo, quando Cromwell fece deportare migliaia di irlandesi nelle nuove colonie.

È invece dai “vaqueros” (mandriani) di origine spagnola – poi californiano-messicani – che i cowboys americani mutuano il loro abbigliamento e il loro codice di vita.

Il tipico cappello a tesa larga lo immaginiamo come il “Boss of the plains” che Stetson inventò nel 1865. In realtà molto più simile a un sombrero messicano.
Gli stivali con speroni rimovibili, i pantaloni resistenti, i guanti e i copripantaloni in pelle (i famosi Shotgun Chaps), derivavano tutti dall’uniforme dei vaqueros.

Elemento immancabile dell’abbigliamento di un cowboy era anche la bandana, solitamente rossa o blu. Serviva a vari scopi, non ultimo quello di fasciarsi ferite o fratture.

Era così importante nello stile western che Buffalo Bill fece stampare una serie di bandane come gadget da vendere durante il Wild West Show. C’erano raffigurati il suo volto e quello di Toro Seduto!

E sarà proprio il Wild West Show a creare la mistica romantica del cowboy e degli eroi di frontiera.

Nel giro di pochi decenni il nascente cinema rafforzò il mito producendo pellicole che crearono un alone di fascino attorno alla figura del cowboy.

Sin da “La grande rapina al treno” del 1903 il cowboy venne dipinto come duro e puro. Un uomo forte, autonomo, onesto, indipendente e senza paura.

Negli anni Venti e Trenta l’immaginario cinematografico del cowboy prese forma per toccare il suo apice negli anni Quaranta. In seguito iniziò lentamente a declinare di fronte alla verità storica della conquista americana.

Oggi il mito del cowboy non è più così pervadente da apparire nei giochi di ruolo dei bambini.
E la cultura western non influenza il lessico o l’arte come accadeva fino a 50 anni fa.

Neppure gli U.S.A. sono più vissuti come una guida culturale. Così il simbolo del cowboy si assimila a quello degli altri “visi pallidi” che sterminarono i “pellerossa”. Per dirla con parole obsolete.

Da una parte questo risulta tristemente ironico perché, dopo la dissoluzione del sistema delle riserve, molti nativi americani vennero avviati al mestiere di cowboy.

Ma la tristezza si fa amarezza quando pensiamo che questi nuovi mandriani discendono da coloro che – due secoli fa – vivevano liberi, in simbiosi con questi stessi animali.

E così, di fronte all’amarezza e a nuove consapevolezze il mito crolla, per essere sostituito da altri miti destinati anch’essi a dissolversi in un prossimo futuro.

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