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Il finocchio dell’oste e il cavolo dell’imperatore

Un tempo, quando un oste voleva rifilare un vino scadente o pietanze poco fresche ai suoi avventori, prima portava loro del finocchio, con la scusa di offrire qualcosa nell’attesa.  Si sa che il finocchio ha un aroma tanto intenso da coprire qualunque altro sapore, così ai poveri malcapitati rimaneva in bocca in modo persistente un gusto simile all’anice che camuffava il sapore scarso del vino. Da qui il detto “rimanere infinocchiato” cioè essere vittima di un imbroglio.
Ma il finocchio non è il solo ortaggio ispiratore di modi di dire.
Pensiamo allo “spirito di patata”, quello di chi fa battute di bassa lega, che non fanno ridere.  L’origine della frase va cercata nell’ambiguità del termine “spirito” che un tempo si riferiva alle acquaviti ottenute per distillazione dei vegetali.
Di tutti quelli usati a questo scopo (uva, mele, pere, cereali, erbe varie) la patata era in Italia considerata nettamente la più scarsa (anche se è tra le principali componenti della vodka russa) dunque inadatta a produrre buon spirito, inteso sia come alcool etilico che come buonumore.

E che dire del popolarissimo cavolo?
Questo ortaggio, protagonista di frasi come “non capire un cavolo”, “farsi i cavoli propri”, “starci come i cavoli a merenda”,  entra nei modi di dire fondamentalmente per il suo scarso valore commerciale, per indicare cosa spregevole o di poco conto.
Il modo di dire “andare a piantar cavoli”, cioè ritirarsi a vita privata, invece allude addirittura ad una scelta di vita dell’imperatore Diocleziano.
Nell’anno 305 d.C., il sessantaduenne imperatore romano abbandonò Roma e il potere per ritirarsi nella cittadina dalmata di Salona, l’attuale Spalato, dove si fece costruire un imponente palazzo, ma trascorse i suoi giorni curandosi dei lavori della campagna. Sollecitato a tornare a Roma e alla vita politica, rifiutò, affermando che i suoi cavoli lo rendevano più felice di qualsiasi impero.
Onorevole opzione per molti attuali onorevoli  … che ne dite?

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