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Il Carnevale di Roma

Carnevale di Roma al Corso, litografia XIX secolo ©Fototeca Gilardi

Verso la metà del ‘500 l’ambasciatore di Ferdinando I presso la corte di Solimano II, riferisce le impressioni di un cittadino turco sul Carnevale italiano:

In un certo tempo dell’anno i cristiani impazziscono; poi per virtù di una polvere dispersa su di loro nel Tempio, tornano in sé e guariscono”.

Beh, in che altro modo uno straniero avrebbe potuto interpretare la tradizione carnevalesca e il successivo rituale delle Ceneri di inizio Quaresima? Soprattutto in quell’epoca di eccessi, quando anche i Papi deliberavano “festeggiamenti” come la sfilata delle prostitute!

Questa festa, erede dei Saturnali, dei Baccanali e dei Lupercali, affonda le sue radici nella cultura latina. E in particolare a Roma – capitale dell’antico impero romano, poi sede della Chiesa cattolica – ha dato vita ad un Carnevale in cui Sacro e Profano sono stati a lungo indistinguibili.

In un interessante scritto del 1883 dal titolo “Il carnevale di Roma nei secoli XVII e XVIII”, Alessandro Ademollo racconta con gustosi dettagli l’origine di questa tradizione ormai perduta.

In particolare riporta come fu Papa Paolo II, veneziano, a riportare in vita gli antichi “panem et circenses” in occasione del Carnevale del 1467.
Spostò i festeggiamenti, dal Testaccio in via Lata, e iniziò a offrire pranzi pubblici di fronte al sontuoso palazzo da lui voluto, quello che sarà poi Palazzo Venezia.
E tra lanci di monete al popolo, gare, sfilate, il Carnevale di Roma divenne una delle principali leve del consenso papale.

Paolo II riportò in auge i Palii, cioè le corse “di bipedi e quadrupedi”. Decise infatti di far gareggiare diverse categorie nelle diverse giornate del Carnevale. Gli Ebrei (che all’epoca rappresentavano una comunità distinta), i “garzoni” (cioè i giovani), i vecchi, gli asini e le bufale.
Non mancava che un palio di donne, come all’epoca di Domiziano, ma ci pensò papa Alessandro VI nel 1501 istituendo “il palio delle prostitute”.

Michel de Montaigne nel 1581 riporta come questi “corridori” – 4 o 5 per categoria – gareggiassero semplicemente dall’inizio alla fine di una strada.
Va precisato che all’epoca correvano nudi e tra gli scherni della folla che si fecero sempre più feroci via via negli anni, soprattutto a carico degli Ebrei, tanto da diventare oggetto di multe e sanzioni.

La maggior parte delle Sanzioni papali riguardava proprio gli oggetti che era proibito lanciare o portare con sé durante il Carnevale. “Ova con acqua guasta, melagnoli, aranci, rapi, mele…”. E ancora “… zaganelle, razzi, doppioni … chiavi busciate et vacue con polvere dentro…”. E pare che qualcuno tirasse persino gatti morti e altre cose innominabili.

Col passare del tempo si presentarono al Palio sempre meno vecchi e bambini, e nel 1668 Papa Clemente IX vietò finalmente anche il palio degli Ebrei.

La corsa dei Cavalli Berberi, aggiunta in seguito, divenne così col tempo l’evento più atteso del Carnevale, insieme alle sfilate di apertura. Qui i nobili facevano a gara per allestire il carro più sfarzoso, pavoneggiandosi con i loro ricchi costumi.

All’inizio del Settecento alcuni Papi decisero di celebrare il Carnevale comminando pene esemplari come deterrente al sovvertimento tipico della festa. Così i giorni di massima gioia popolare furono funestati da condanne a morte, soprattutto di pensatori e letterati ostili al regime papale.
Solitamente le esecuzioni avvenivano il primo sabato di Carnevale, quasi si volesse inaugurare la festa con un avvertimento.
Fino a che, il 16 febbraio 1798, la folla non assaltò le macchine dei supplizi in Campo de’ Fiori facendole a pezzi con asce e scuri, decretando la fine di tale barbarie.

Come le sfilate e la corsa dei Berberi galvanizzavano romani e turisti all’apertura del Carnevale, allo stesso modo la Festa dei Moccoletti rendeva sfrenati i festeggiamenti dell’ultimo giorno.

Questa Festa notturna, consisteva nell’andare in giro muniti di una candela e cercando di spegnere quelle altrui. Solitamente il tutto era condito da uno strepitio carico di motti, dispetti e ingegnosi modi per tenere accesa la propria fiamma e smorzare l’altrui.

E così, sfiniti dai festeggiamenti dell’ultimo minuto, nobili e popolani andavano a ricevere le Ceneri al mattino, ancora vestiti in maschera, sfatti e storditi. Da qui l’impressione di “magica guarigione dalla pazzia” da parte del cittadino turco, alla vista di tale cambiamento nel popolo romano.

E quell’aria folle che si respirava durante il Carnevale romano, è ben descritta da Goethe che così scriveva:

Il Carnevale a Roma non è una festa data al popolo, ma una festa che il popolo dà a se stesso. Il governo non fa né preparativi né spese. Non illuminazioni, non fuochi artificiali, non processioni splendide, ma un semplice segnale che autorizza ciascuno a essere pazzo e stravagante quanto gli pare e piace, e annunzia che, salvo le bastonate e le coltellate, tutto è permesso.

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