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Guaritore che distrugge e distruttore che risana

scena di sacrificio alla presenza di Apollo, stampa XIX sec - elaborazione Fototeca Gilardi

Per gli antichi Greci la scienza dei farmaci è divinizzata nella figura di Apollo, conoscitore di tutte le erbe officinali e di tutti i rimedi, “inventore delle arti mediche”, come scrive Ovidio nelle “Metamorfosi“. Nell’antichità era attribuita ad Apollo la scoperta delle proprietà purgative di molte sostanze (purificare il corpo è tuttora il primo passo verso la guarigione), così come l’uso di cataplasmi da applicare sulle ferite per calmarne il dolore. Apollo però prima di ogni cosa, simboleggiava il Sole regolatore delle stagioni, responsabile della salute e capace di allontanare le epidemie.
Analogamente suo figlio Asclepio, come riporta lo storico Pausania Periegeta, era venerato non solo come dio della medicina, ma anche come personificazione dell’Aria necessaria alla vita e rimedio universale ad ogni morbo. Vediamo così come, millenni fa, Sole e Aria fossero già stati divinizzati dai Greci come fattori fondamentali per mantenere l’uomo in salute.
Apollo era venerato dagli antichi come “distruttore che risana e guaritore che distrugge” armato di lira (strumento simbolico di armonia universale il cui suono rendeva mansueti gli animali) e munito di arco e frecce (con i quali scagliava morbi inguaribili – sovente epidemie – “a distanza”). La sua duplice natura guaritrice e distruttrice fa ancora oggi pensare alla doppia natura del “phàrmakon” capace sia di ripristinare la salute, sia di avvelenare irrimediabilmente il fisico. Tra gli epiteti di Apollo abbiamo infatti quello di Hekatebòlos, cioè “colui che saetta da lontano”, ma anche quello di Sotér “salvatore” e Paián “risanatore”.
La natura farmacologico-erboristica della divinità apollinea è facilmente riscontrabile anche nei miti collegati al dio della luce, dove gli umani che lo respingono o che suscitano la sua ira vengono trasformati irrimediabilmente in piante a lui sacre: Dafne in alloro, Ciparisso in cipresso, Giacinto nell’omonimo fiore, Leucotoe in rosmarino, Clizia in girasole, etc
Come divinità dell’ordine cosmico e della preveggenza Apollo aveva santuari oracolari sparsi ovunque nel mondo greco: il più famoso a Delfi ospitava la Pizia, sacerdotessa che emetteva responsi capaci di influenzare la vita religiosa e politica dell’intera Grecia. Per il suo dominio sul mondo oracolare, accanto all’appellativo di Phoibos “splendente”, ad Apollo era attribuito anche quello di Loxías “oscuro”.
Questo epiteto ha risvolti interessanti anche per quel che riguarda l’azione guaritrice del dio, azione che richiedeva il ritiro del malato (colpito nel corpo o nello spirito) in luoghi isolati, spesso grotte buie, sotterranee, dove il devoto restava per un certo lasso di tempo in uno stato di sospensione, di semi-coma in attesa del contatto guaritore con Apollo. Questi luoghi, posti di frequente sotto i templi dedicati alla divinità, erano considerati un punto di ingresso al regno dei morti, ambienti in cui era possibile entrare in contatto con divinità e defunti dopo aver sorbito un sorso di acqua alla fonte del Lete (oblio) e uno alla fonte di Mnemosyne (memoria), chiaramente allusivi all’utilizzo di farmaci psicotropi nei riti apollinei.
È proprio da questi riti che deriva infatti la pratica di ritiro detta “incubazione”, destinata non solo alla guarigione dei malati, ma anche alla formazione degli iniziati che, raggiunto in isolamento uno stato di estasi, divenivano capaci di profetare. Gli iniziati del dio Apollo erano chiamati iatromanti, cioè uomini che ricoprono il ruolo sia di medico-guaritore (iatros) che di veggente (mantis) ed erano anche addetti alla custodia e sorveglianza dei malati che decidevano di passare un periodo di isolamento e purificazione nei sotterranei del tempio, allo scopo di scacciare il morbo che li affliggeva.
Questi guaritori (tra i quali troviamo Pitagora, cultore della perfezione, dell’armonia e non estraneo alla pratica medica) erano anche chiamati pholarcòs, i guardiani della grotta, da archòs “signore” e pholeòs “rifugio”, o meglio “tana”, perché il termine pholeòs si riferisce precisamente al luogo dove gli animali vanno in letargo, dove raggiungono cioè quello stato di dormiveglia, quella condizione tra la vita e la non-vita, necessaria a superare l’inverno, proprio come facevano i malati nel tempio di Apollo.
Poiché la sapienza antica non è mai totalmente priva di senso, potremmo prendere ispirazione da essa per superare questo periodo: quando ci verrà voglia di imprecare contro l’isolamento forzato, contro l’epidemia, contro l’incubo della malattia, contro quello stato di debolezza che ci assale quando ci ammaliamo, pensiamo ad Apollo, ai suoi pholarcòs e iatromantis, alle sue frecce venefiche, al suo antro sacro, alla necessità di lasciarsi andare, di isolarsi, purificarsi, di restare sospesi nello stato di “incubazione”, ma soprattutto aperti affinché la guarigione possa raggiungerci e Apollo riesca ad impossessarsi di noi, riportandoci alla perfetta armonia.

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