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Gridare “pace” o costruirla?

Gridare Pace o costruirla? carro armato giocattolo tra le mani di un bambino 1970 circa elaborazione ©FototecaGilardi

La pace non deve essere invocata come un miracolo, quando tutto è perduto.
La pace si costruisce ogni giorno con grande fatica.
Anche facendo dei passi indietro rispetto ai nostri avversari e rispetto a chi la pensa in modo diverso da noi.

Si costruisce diffondendo e alimentando una cultura del rispetto, che significa convivere senza rinunciare alle differenze e senza piegarsi alla legge del più forte.

Ma soprattutto è impossibile pacificare alcunché mentre si spendono miliardi al giorno per gli armamenti.
Quando le nostre industrie più prospere sono quelle che producono morte.
Perché a qualcuno dovranno pur vendere queste armi. E chi acquista armi prima o poi le userà.

Sul web circola una celebre frase di Maria Montessori che dovrebbe essere un punto di partenza quando si ragiona su come costruire una società pacifica.

Tutti parlano di pace, ma nessuno educa alla pace.
A questo mondo si educa per la competizione e la competizione è l’inizio di ogni guerra.
Quando si educherà per la cooperazione e per offrirci l’un l’altro solidarietà, quel giorno si starà educando per la pace.

Semplice.
Semplice e complicatissimo allo stesso tempo, ma la via è questa.
Si deve rischiare di essere il primo soggetto collaborante di fronte ad un soggetto competitivo.
Perché un primo passo va fatto da chi ha più cervello, più desiderio di pace. Da chi è più forte e può portare pazientemente l’altro verso comportamenti non violenti.

Senza una politica che opera ogni santo giorno allo scopo di fondare la propria forza sul rispetto di sé e dell’altro, sulla cooperazione e sul disarmo progressivo, non si raggiunge la pace.

E ci vuole un sacco di tempo.
Ci vogliono politici dotati di etica o, come minimo, di lungimiranza e cultura. Abbastanza coraggiosi da chiamare le cose per quello che sono, rinunciando a definire “pacificazione” quello che è solo un intervento armato.

Di fronte alla guerra scatenata da quello che puntualmente viene additato come un dittatore pazzo (e spesso lo è) la nostra razionalità va in tilt.
Andiamo in panico e ci chiediamo: ma in quale altro modo potremmo fermarlo?

Ecco questa è una domanda sbagliata.
Dovremmo farci domande “a priori”, non “a posteriori”.

Dovremmo chiederci: perché stiamo collaborando con questo regime violento e illiberale?
Perché facciamo affari con quell’altro paese che non rispetta i diritti umani?
Perché apriamo le porte all’invasione economica di chi distrugge i nostri diritti sindacali conquistati un secolo fa versando sangue innocente?

E ancora, perché riteniamo degno solo il nostro sistema economico e culturale?
Per quale motivo lasciamo che gli Stati aumentino costantemente le proprie spese militari?
Come è possibile che in alcune zone del mondo si faccia ancora la fame, mentre noi sprechiamo tonnellate di cibo?
Che motivo hanno milioni di persone di scappare dai loro paesi di origine?

Sono queste le domande che dovremmo farci.
Prima. Molto prima che scoppino conflitti armati, perché le guerre si prevengono, non si fermano.

Il conflitto nasce dalla competizione, dalla sperequazione e dall’ingiustizia, è figlio della prevaricazione e della mancanza di dialogo.

Quando dimentichiamo i nostri doveri per mantenere in vita a tutti i costi dei diritti acquisiti, non possiamo che scatenare una reazione in chi questi diritti non li ha mai avuti. Anzi, paga i nostri privilegi.

Se non operiamo ogni giorno per ridurre i privilegi acquisiti, per comporre un dialogo tra culture differenti e per rispettare lo spazio territoriale ed economico altrui, non avremo Pace.
E il rispetto dei diritti umani dovrebbe essere l’unica chiave che apre la possibilità di intessere rapporti economici tra Stati.

Dovremmo tornare a comprendere che il più forte, non è chi ha armi più letali.
Non dobbiamo armarci fino ai denti per difenderci da chi si arma fino ai denti.
Lo abbiamo già fatto il secolo scorso ed è finita con un disarmo bilaterale, cioè con l’unica decisione razionale possibile.

Il più forte, da sempre, è chi riesce a rimuovere le cause dell’ingiustizia e di conseguenza a ridurre i motivi di conflitto interni ed esterni.
Questo si ottiene con una paziente e continua attività culturale ed educativa, ma anche attraverso l’ascolto e l’apprendimento di modalità diverse dalla nostra.
L’altro – il “diverso da noi” – non è necessariamente un nemico o un soggetto da integrare, assimilare, snaturare, inglobare. Può e deve restare un soggetto a sé stante.

E, se ci prevarica, possiamo usare i mezzi che la lotta non violenta ha già testato come efficaci: il boicottaggio, la resistenza passiva, il sabotaggio, la mancanza di collaborazione, la contro-informazione.

Oggi la lotta non violenta potrebbe raggiungere in pochissimo tempo risultati eccezionali, grazie alle nuove tecnologie e alla velocità di organizzazione che ci permettono.
Sfruttiamoli a dovere per ciò che è giusto e rinunciamo alle armi che sono create solo per terrorizzare i popoli e dominarli meglio.

© riproduzione riservata

1 commento su “Gridare “pace” o costruirla?”

  1. Chiara Berettini

    Articolo saggio, parole ben scritte, ciò che si vorrebbe da chi governa il mondo … peccato che nella realtà di tutto ciò non se ne produca che una retorica stucchevole e, purtroppo, anche una certa strumentalizzazione mediatica … competizione anche nel raccontarla la guerra e, così, è guerra quotidiana.

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