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Lo giuro sull’uccello!

Banchetto tra nobili, sul piatto un pavone. Stampa del XIX secolo elaborazione ©Fototeca Gilardi

Si sa che le tradizioni cavalleresche medievali hanno dato origine a diversi modi di dire arrivati fino a noi, come “passare la notte in bianco” o “partire con la lancia in resta”. Ma tra le più curiose usanze della cavalleria medievale raramente si cita il “giuramento del pavone”.

Questo splendido volatile, sacro alla dea Giunone in epoca romana, era oggetto di una singolare credenza. Si riteneva che la sua carne non andasse mai in decomposizione dopo la morte.

Per questo i Cristiani, successivamente, lo scelsero come simbolo di Resurrezione.
Sant’Agostino stesso raccontò di aver “sperimentato” questo prodigio di incorruttibilità, a Cartagine.

Quando durante un banchetto vide servire un pavone arrosto, ne conservò parte del petto. Passati molti giorni, passato un anno, scrisse Agostino che alla carne di pavone «fu concesso di non putrefarsi».

Testimonial consacrato

È facilmente intuibile che, con un così illustre testimone, l’associazione tra pavone e vita eterna, tra pavone e rinascita, diventasse dogma apparendo non solo nell’arte, ma anche a tavola.

Nacque così la tradizione cavalleresca di prestare giuramento sul pavone, durante i banchetti organizzati in vista di un’impresa particolarmente importante, come un pellegrinaggio in Terra Santa o una Crociata.

A un certo punto del banchetto si introduceva solennemente nella sala da pranzo un pavone cotto e riccamente decorato, simbolo della riuscita dell’impresa.

Il principe pronunciava il giuramento di fedeltà e alleanza, e tutti i suoi cavalieri lo sottoscrivevano. Poi la carne del pavone veniva ritualmente suddivisa tra i futuri “eroi”.

Il pavone poteva essere sostituito da un fagiano o da altri uccelli pregiati, ma il senso del giuramento restava il medesimo.

Questa tradizione, riportata in una delle tante aggiunte al “Roman d’Alexandre” risalente ai primi anni del 1300, naturalmente scomparve con la fine dell’epoca cavalleresca.

E anche il pavone, lungi dal rappresentare la Resurrezione, finì per diventare solamente un simbolo di vanità e arroganza.

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