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Giorni della Merla

Felice Casorati, Mattino d'Inverno. Olio su tavola, Italia 1938.

Gli ultimi tre giorni di gennaio (29, 30 e 31) sono tradizionalmente chiamati “giorni della merla” e considerati i giorni più freddi dell’anno.

Il loro nome si deve a una leggenda che narra di una Merla, allora candida come la neve, che decise di prendersi gioco del rigido e dispettoso mese di Gennaio.

Stanca di soffrire e stentare, un anno la Merla decise di accumulare provviste sufficienti per tutto il mese (che ai tempi aveva solo 28 giorni) e si rinchiuse nel suo nido.

L’ultimo giorno di Gennaio, pensando di aver ingannato il mese, uscì dal nascondiglio e si mise a cantare prendendolo in giro. Gennaio, inferocito e offeso, chiese dei giorni in prestito al vicino Febbraio e ricominciò a soffiare freddo e a gelare il mondo.

La Merla corse a nascondersi nel più vicino camino e, dopo tre giorni immersa nella fuliggine, ne riemerse completamente nera. È da allora che tutti i Merli, un tempo bianchi come colombe, divennero per sempre neri.

I Merli chiudono una stagione che la tradizione vuole sia inaugurata dai Pettirossi e accompagnata dagli Scriccioli.

Molte leggende invernali hanno infatti gli uccelli silvani come protagonisti.

Le piccole resistenti creature, nel corso dei millenni, hanno rappresentato la capacità di sopravvivere in situazioni estreme nonostante l’apparente fragilità.

Il Pettirosso, che la tradizione indica come nunzio della stagione fredda e della neve, è protagonista di diverse leggende.

Per i popoli nordici, a causa del suo spirito combattivo, divenne uno dei simboli di Thor, dio del tuono, dei fulmini e delle tempeste.

In ambito cristiano invece le leggende raccontano la storia del suo particolare piumaggio collegando la macchia rossa sul petto, alla figura di Gesù.

In una leggenda si racconta che, pietosamente impegnato a togliere le spine dalla corona di Gesù crocifisso, si fosse macchiato con una goccia di sangue.

Nell’altra si narra invece che iniziò a sbattere le ali per ravvivare il fuoco quasi spento nella stalla dove era nato Gesù Bambino. Il mattino seguente il suo anonimo piumaggio grigiastro era stato ravvivato da un lucente petto rosso. Un ringraziamento per l’amore dimostrato verso la divinità.

Nella tradizione celtica invece il passaggio dal vecchio anno a quello nuovo è simboleggiato da un pettirosso che, dai rami di un agrifoglio, lotta contro uno scricciolo posato sui rami di una quercia.

Ed eccoci al terzo protagonista alato del mito invernale: lo Scricciolo.

Questo batuffolo di piume marroni, lungo 10 centimetri e dal peso di 13 grammi, arriva dal bosco e dai monti a fine novembre, avvicinandosi alle case di pianura in cerca di cibo.

Il suo richiamo assomiglia a un tintinnare di campanelli e per la tradizione rappresenta l’annuncio di neve in arrivo.

La sua lunga coda sempre rivolta all’insù, secondo il folklore popolare, è un gesto di vanità per essere stato accarezzato da Gesù Bambino.

Si racconta infatti che lo Scricciolo avesse creato con enorme pazienza un cuscino di piume per il Bambinello e glielo avesse regalato, ottenendo il divino ringraziamento.

Secondo un’antica leggenda celtica invece lo Scricciolo grazie alla sua furbizia, divenne il “re degli uccelli”.

Durante l’assemblea delle creature dell’aria si era deciso di nominare re chi di loro fosse riuscito a volare più in alto. L’Aquila, forte e intrepida era riuscita ad arrivare fino al sole, ma non si era accorta che il piccolo Scricciolo si era nascosto sul suo dorso arrivando più in alto e vincendo la gara.

Per questo lo Scricciolo divenne anche simbolo dei Druidi; nel Galles addirittura, per dire “scricciolo” e “druido” si usa la stessa parola.
 
Nell’antichità in Irlanda, ogni Samahin durante “la festa dello scricciolo” (the day of wren), l’apprendista Druido entrava nei boschi per incontrare l’uccellino sacro a Lugh, figlio della Luce.

Simbolo della divinità solare, se veniva trovato, era segno di benedizione e di approvazione a divenire Druido entro l’anno.

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