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Femminicidio, ancora …

Ratto delle Sabine, dettaglio da fregio decorativo Roma, I secolo a.C. ©Fototeca Gilardi

Il dibattito è ancora feroce, nonostante l’impegno del legislatore che – negli ultimi tempi – ha cercato di colmare il “gap” che ci separa dalle altre nazioni europee, in merito alla prevenzione e protezione delle vittime di femminicidio.

Il 25 novembre ricorre la “Giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne“.
E come ogni anno a fine novembre, abbiamo già superato il centinaio di vittime.

Tra i maggiori polemisti spiccano quelli che negano che esista qualcosa chiamato “femminicidio”. Cioè negano che certi tipi di delitti, abbiano origine da un tentativo di controllo estremo del maschio verso la femmina. E che questo sia un problema sociale.

Poi c’è chi ricorda che anche le donne sono violente, riportando fatti di cronaca o esperienze personali.
Stigmatizzano chi non si fa una ragione della presunta analogia tra un uomo buttato fuori di casa e una donna fatta a pezzi e gettata in un dirupo. Ovviamente prescindendo da ogni dato ufficiale relativo agli omicidi e semplificando il tutto. Forse per allontanare da sé l’orrore che suscita l’idea del controllo violento sulle donne (è una speranza).

Infine c’è chi dimentica che il “delitto d’onore” nel nostro paese è stato cancellato dal codice penale solo nel 1981.

Ancora femminicidio

Appena 40 anni fa, uccidere una moglie/figlia/sorella/fidanzata perché era sfuggita al controllo sessuale dei maschi di famiglia, comportava uno sconto di pena.
Non un’aggravante. Uno sconto, qui… in Italia.
Si riteneva che questo comportamento costituisse una lesione dell’onore maschile…

Ora dovrebbe essere chiaro a tutti che, un paese come il nostro, non può essere guarito dal sessismo in pochi decenni, soltanto perché è stata cancellata una legge assurda.

È piuttosto lampante che, oggi, il controllo che troppi uomini vorrebbero esercitare sulle donne sia soltanto aumentato. Così come è chiaro che molte giovani donne vengono ancora cresciute in “trappole educative” che le vogliono abili solo a sedurre un uomo. Sì perché nell’humus sessista ci viviamo tutti.
E il sessismo è il padre della violenza di genere.

Vogliamo andare alla radice del problema? Bene, allora osserviamoci attentamente quando educhiamo i nostri figli e ci rapportiamo a quelli altrui. Osserviamo i nostri automatismi.

Ci sentiamo in imbarazzo quando nostro figlio vuole provare lo smalto e andare all’asilo con le unghie dipinte?
Vestiamo sempre la nostra bambina come una piccola Barbie o riusciamo a metterle abiti comodi per giocare?
Ci capita mai di distinguere “giochi da femmine” e “giochi da maschi”?
Abbiamo mai messo una felpa rosa a nostro figlio?
Usiamo parole come “femminuccia” e “maschiaccio”? Che connotazione diamo ai due aggettivi?

Insomma anche i migliori di noi rinforzano ogni giorno, senza accorgersi, degli stereotipi di genere che vanno a formare ciò che socialmente pensiamo debba essere una “femmina” o un “maschio”.
Così, come delle rane bollite, siamo tornati indietro ai modelli di genere dei nostri bisnonni.

Ma la cosa grave è che insieme all’”azzurro-maschio” e al “rosa-femmina”, abbiamo riesumato cadaveri come forza-dominio-prevaricazione-controllo-maschio e seduzione-debolezza-dipendenza-sfruttamento-femmina.

Negli anni Settanta – quando gli stereotipi di genere erano ancora agiti, ma percepiti come obsoleti – è stato possibile metterli in discussione. La società mandava questo messaggio in ogni contesto: “attenzione genitori, i figli vanno cresciuti con uguali diritti e doveri”, innescando un circolo virtuoso.

E oggi cosa accade?

Le parole spese per la parità di genere si sprecano, ma ormai appelli di questo tipo restano inascoltati, quando non suscitano un vero e proprio rifiuto. Perché?

Difficile ricondurre il problema a poche cause.

La società è cambiata. Siamo economicamente in crisi e già questo, storicamente, porta a passi indietro sui diritti. Chi aveva posizioni di privilegio non vuole più fare spazio a chi, come una specie protetta, viene faticosamente sostenuto dal diritto, affinché non soccomba al più forte.

È il caso dei disabili, dei bambini, degli anziani, ma anche delle donne, storicamente sottomesse al maschio e considerate per secoli “minorenni”, dal punto di vista giuridico.

Quella italiana è una società che ha cercato di affrancarsi dal sessismo pochissimo tempo fa, senza riuscire a costruire un modello di uomo rispettoso e paritario che fosse accettabile per l’autostima maschile.

In Italia l’educazione dei figli maschi, in troppe famiglie è tornata ai principi degli anni Cinquanta.
E, paradossalmente, il contatto sempre più stretto con culture fortemente tradizionali e sessiste, non ha fatto altro che riportare alcuni nuclei nella comfort zone del patriarcato. Con la menzogna autoimposta del “si stava meglio quando si stava peggio”… almeno c’era una stabilità.

Peccato che la stabilità familiare alla quale oggi si vorrebbe tornare, non si fondasse sulla lealtà, il rispetto e l’appagamento affettivo, ma il più delle volte sulla sottomissione delle sole donne.

Altra questione fondamentale è che il sessismo è uno dei pilastri del mercato, sia per quel che riguarda la creazione di nuovi bisogni “di genere”, sia per quel che riguarda il linguaggio pubblicitario.
Senza dimenticare che l’infelicità fa aumentare esponenzialmente la nostra propensione al consumo. E se ci facciamo la guerra o cerchiamo di controllarci tra maschi e femmine, il mercato prospera sulla nostra incomunicabilità.

Non ultimo è il discorso pedagogico relativo a generazioni di adulti con il mito della giovinezza eterna e della deresponsabilizzazione.
Contraltare dei nostalgici del patriarcato, fanno lo stesso identico danno ai figli, ma concedendo loro tutto. Non per amore, ma per paura. Paura di farsi odiare un solo istante.
E per incapacità di sostenere frustrazioni, di insegnare ai loro figli a fare piccoli sacrifici in vista di vantaggi futuri.
Concentrati su ciò che hanno perso diventando genitori, concentrati a incarnare modelli imposti dal mercato, fragili rispetto alla propria maturazione e a quella dei loro figli, crescono bambini e futuri giovani incapaci di sostenere il trauma di un “no”.

E qui arriviamo al punto.
La violenza che scatta in molti ragazzi e ragazze di fronte a un “no” del proprio partner, nasce dal non aver imparato a elaborare una qualsiasi frustrazione.
Di fronte all’impossibilità di “possedere” un altro essere umano, sempre più persone non hanno gli strumenti per farsene una ragione.

Ma attenzione! Questa patologia sociale si innesta in un mondo che non mette sullo stesso piano reale, maschi e femmine, per quanto vogliamo crederlo.

Questa patologia si innesta in una società che ancora crede che esistano colori maschili e femminili.
Che giudica “irrealizzate” le donne che non si sposano e non fanno figli, mentre trova attraenti gli uomini scapoli e con un buon lavoro.

Le donne vengono uccise quando si emancipano, quando tentano di sottrarsi al controllo maschile. I dati parlano chiaro.
È per questo che possiamo parlare di “femminicidi”.
Ed è per questo che parlare di femminicidio non toglie nulla ad altri drammi che vedono come vittime prevalenti i maschi, come per esempio gli incidenti sul lavoro.

Chi si ostina a dire che esiste parità di genere in questo paese, non ha mai ascoltato un testo di musica trap con il suo corollario di feroce misoginia.
Non ha mai osservato quanto alcune ragazze sono convinte di dover manipolare gli uomini per ottenere qualcosa da loro. Quanto non prendono minimamente in considerazione di fare semplicemente ciò che desiderano.
… perché credono di non potere o non possono sul serio.
Perché si trovano davanti a coetanei che le considerano pezzi di corpo, mute, e funzionali al soddisfacimento di ogni bisogno. Strumenti sessuali (o affettivi), oggetti di proprietà del maschio che, con la scusa di proteggerle, le chiude in una prigione.

Ma, da chi ci dovrebbero proteggere questi “maschi” se non da loro stessi?

Gli uomini e le donne che si amano, che si apprezzano nella loro diversità, che si rispettano, si affiancano, si sostengono, che amano la reciproca libertà … dove sono?
Queste persone sembrano sparite, ma continuano a resistere ed educare. Tuttavia, essendo le vere nemiche di questo business che è la guerra tra i sessi, vedono la loro voce disperdersi sotto le urla di odio.
Nelle loro mani è custodito il futuro delle generazioni affettivamente sane che usciranno da questo disastro sociale e che troveranno – ne sono certa – un nuovo modo per vivere i rapporti di coppia. Che prescindano dal potere.

© riproduzione riservata


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