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Capezzoli mainstream

Capezzoli mainstream elaborazione ©Fototeca Gilardi

Capezzoli finto trasgressivi (rigorosamente taglia xs) da qualche anno “occhieggiano” da ogni palco e raggiungono, opportunamente velati, anche quello del Festival di Sanremo.

È Chiara Ferragni, con la sua disinvolta delicatezza e con abilità strategica, a sdoganare i capezzoli femminili (ma erano davvero fermi in dogana?) nella TV mainstream.

Da quando Facebook ha iniziato a distinguere tra quelli maschili e quelli femminili al fine di rimuovere solo le immagini di questi ultimi, è stato tutto un fiorire di proteste che hanno preso la forma dell’esibizione.

Poiché l’algoritmo di FB non è in grado di distinguere tra immagini d’arte antica, casti seni che allattano, scene pornografiche e tavole anatomiche, ci ritroviamo ad assistere a una ridicola “epurazione” che non può lasciare indifferenti i più giovani. Cioè coloro che forse ripongono più aspettative nei nuovi media.

Chi invece si aspettava questa “stupidità” da parte dell’algoritmo, non comprende bene il polverone che sembra essersi alzato intorno ai capezzoli. Qualcuno appartiene alla generazione che, negli anni della Rivoluzione sessuale, ha bruciato i reggiseni, ha inventato il topless sulle spiagge e ha danzato a busto scoperto ai concerti rock.
E guarda con un sopracciglio alzato, sia questa forma di trasgressione fiacca e patinata, sia lo stupido algoritmo.

Gli stilisti invece hanno colto al volo l’occasione di cavalcare questa lieve increspatura della normalità. Hanno iniziato a far sfilare modelle con seni scoperti o decorati con vari tipi di orpelli o ancora, tragicamente incerottati.
Quello dell’incerottamento, cioè della censura esibita che ricorda le “pecette” delle riviste scandalistiche anni Settanta, è meraviglioso. Rivela la natura profonda di questo “movimento di liberazione dei capezzoli”.

Prima del 1968, fu il Settecento a essere il secolo dei capezzoli al vento. Fu il Settecento a inguainare le donne nei bustini creando rigidi “espositori” di seni femminili.
Fu la geniale amante di Voltaire, Émilie du Châtelet, a inventare un make-up per capezzoli. Li scuriva in modo che si distinguessero meglio sulla pelle candida, spuntando dalla scollatura.
Lo stesso trucco fu ripreso alcuni decenni più tardi, da Paolina Borghese. La celebre sorella di Napoleone però, non soddisfatta creò anche, con le proprie mani, due coppette dorate per evidenziarli ancora di più.

Così, quando leggiamo che i capezzoli femminili stanno suscitando, nel XXI secolo, scandalo e sdegno, fatichiamo a osservare tutto questo scandalo e sdegno.

La questione però, al di là dell’ironia, ha una sua degnissima ragione.
C’è un pressante desiderio di “normalizzare” il seno femminile, di riportarlo culturalmente alla sua funzione naturale, smettendo di erotizzarlo.
Impresa piuttosto complicata, invero.
Non riuscì neppure ai combattivi e disinibiti nonni, di chi oggi porta avanti questa battaglia, illuso di essere trasgressivo in un mondo che ha trasformato la trasgressione in un brand.

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